Quando naufragò il comunismo.Un ricordo di Luigi Cogodi



Se  ne  è  andato  Luigi  Cogodi. Una scomparsa,  che riempie di tristezza e lascia un vuoto significativo nella  sinistra sarda. Non ci stringemmo mai la mano, ma non ci perdemmo mai di vista, almeno fino a qualche anno fa. Venivamo entrambi dalla gavetta, anche se molto distanti, nella variegata galassia della sinistra. Lui comunista organico e capo-popolo, io schivo  liberaldemocratico sans- papier (aderii al  PSIUP di Vecchietti e Valori alla fine degli anni Sessanta, senza assumere incarichi di sorta, salvo quello di candidato-meteora in qualche elezione, per allontanarmene quando quel partito nel 1972 si inabissò nel PCI; seguirono il marasma e gli sballottamenti degli anni ’70 e ‘80).

            A distanza ci legavano rapporti reciprocamente caratterizzati  da ruvida simpatia.

             Mi affascinava  di  lui il volto sempre teso,   espressione del  corruccio interiore che non abbandona mai il  combattente: gli spettano  l’onore e il rispetto che sono dovuti al combattente, che lascia a testa alta il terreno di scontro.

            I nostri rapporti a distanza crebbero leggermente ed occasionalmente quando, alla fine dell'Ottantanove, con la caduta del Muro, si abbatté sul vecchio veliero del PCI il fortunale, che, al suo apparire all’orizzonte,  Occhetto cercò di fronteggiare con la intelligente svolta della Bolognina. Luigi faceva parte dell'equipaggio, mentre io ero un semplice passeggero. Cercai di darmi da fare perché il viaggio non si interrompesse, tenendo conto che nel frattempo si stava anche verificando l'avvento delle navi a vapore (fuor di metafora, aderii con entusiasmo a quella che  Norberto  Bobbio definì,  nel febbraio 1990,  la “magnifica avventura” della creazione di una nuova sinistra). Ciò che una buona parte dell'equipaggio non capì o non volle capire fu proprio tale avvento, che imponeva l'abbandono del vecchio veliero, ridotto in condizioni disastrose dal fortunale, per proseguire il viaggio con una nave del nuovo tipo e con l'ingaggio di un nuovo equipaggio, non escluso il mantenimento in servizio di quanti del vecchio  fossero disposti a riqualificarsi. Ma quelli erano morbosamente affezionati al sartiame e alla coffa, agli alberi di mezzana, maestra, trinchetto, al  bompresso e a quant’altro; di riqualificazione manco a parlarne. Era da capire e rispettare Luigi, che,  anche a causa delle sue condizioni personali e sociali, catturato anima e corpo dal PCI, nel bene e nel male e quindi anche dalla politica politicienne di quel partito paratotalitario ed autoritario (non per niente definito da Gramsci il "moderno Principe"), aveva finito,  lui pur così intelligente  e talentuoso, di intendersi solo di quel sartiame e di quegli alberi e solo in essi di impratichirsi, nel  ruolo, che era dei più, di gregario, impegnato sul ponte. Sperò che quelli che, sornioni,  restavano  in plancia, nella tormenta,  almeno associassero a loro quelli, come lui, che avevano fino ad allora sgobbato sul ponte. La plancia, soprattutto in Sardegna,  fu, però,  blindata e Luigi lottò per la propria sopravvivenza, accettando un dignitoso imbarco sul brigantino che si stava armando alla bell’e meglio ed era anch’esso melanconicamente obsoleto.

            Incomprensibili e assai discutibili quanti, in condizioni personali e sociali ben diverse, decisero cinicamente di continuare la navigazione, col vecchio veliero, rabberciato, rifiutando e demonizzando la nave a vapore, come con la locomotiva aveva fatto  centocinquant'anni  prima Gregorio XVI, lanciandogli contro il suo anatema in cui bollava  la nuova macchina a vapore come "Satana su rotaia"; quelli che avrebbero potuto e tuttavia non vollero lasciare i loro posti in plancia e,  per tale convenienza,  preferirono far finta che il veliero potesse proseguire la rotta, in un mare ormai stracolmo di navi a vapore e dominato dall'arcobaleno che aveva salutato la fine del fortunale.