LO CHIAMERANNO TRINITÀ



 

 

     Di Maio e Salvini stanno per partorire il nome del premier "terzo" rispetto a loro due, facendo fare anticamera a Mattarella, il quale aveva acconsentito di poter attendere fino a domenica 13 maggio. La diarchia evidentemente vuol far pesare il fatto che la scelta del premier ad essa spetta e non già al capo dello Stato, il quale, secondo loro e per quanto può desumersi, dovrebbe levarsi dalla testa di non essere un semplice notaio e di emulare Luigi Einaudi, che nel 1953 incaricò Giuseppe Pella, che apparteneva alla destra Dc ed era un economista liberista, quindi a dispetto di Dossetti e degli altri democristiani di sinistra, a cui lo stesso Pella era inviso e che erano fautori di politiche keynesiane. Forse però il ritardo è dovuto al fatto che la coppia Di Maio – Salvini è nel pallone.

     Dunque più che una Terza Repubblica dobbiamo aspettarci una Repubblica del "Terzo", ma solo nominalmente perchè il premier "terzo" non avrà i necessari requisiti di terzietà, autonomia, autorevolezza e rappresentatività ma dipenderà dalla diarchia Di Maio-Salvini, che daranno impronta politica al governo che sarà designato non già con il nome del presidente, come da tradizione, ma con quelli del binomio anzidetto (governo Di Maio – Salvini ovvero Salvini – Di Maio se avesse luogo un’eventuale staffetta, invece che governo De Gasperi, Fanfani, Moro, Craxi, Spadolini, Berlusconi, Renzi etc.); il presidente dipenderà dai due sunnominati,  di fatto autoproclamatisi consoli (consules in latino significa “coloro che decidono insieme”),  da cui sarà stato concordemente designato ed imposto al capo dello Stato, che si sarà limitato all'atto meramente formale di nomina.

     I nomi dei possibili presidenti del Consiglio, che circolano in queste ore sono quelli di due tecnici, Giulio Sapelli e Giuseppe Conte, voluti rispettivamente il primo da Salvini, l'altro da Di Maio e destinatari, a quanto pare, di veti incrociati dei consoli,  i quali ultimi hanno peraltro precluso ciascuno all'altro di assumere la presidenza del Consiglio (è persino circolata l'ipotesi di una staffetta tra i due alla presidenza del Consiglio, come quella che si tentò senza successo  tra Craxi e De Mita nel 1987); entrambi però assumerebbero dei ministeri, rispettivamente quelli degli Esteri Di Maio e degli Interni Salvini.

     A dominare dunque sarà sempre la diarchia i cui due componenti si controlleranno a vicenda, diffidando l’uno dell’altro, e controlleranno entrambi il presidente del Consiglio, formalmente  titolare di un potere il cui esercizio sostanziale sarà loro, con la conseguenza che lo stesso presidente, tecnico che rappresenterebbe solo se stesso e quindi isolato, privo di  retroterra politico proprio (Giuseppe Pella, recentemente evocato, era un tecnico ma anche politico della destra DC),  finirà con l'essere un uomo di paglia alla mercè dei due, uno strehleriano “Arlecchino servo di due padroni”.

     Quando il presidente farà le sue dichiarazioni in parlamento, per ottenerne la fiducia, si limiterà ad esporre i patti contenuti nel “contratto di governo”, rigidamente attenendosi a quelli, nella formulazione elaborata dal “tavolo tecnico”,  distinto dal “tavolo politico” composto dai due consoli, tavolo tecnico, operante ora nella fase di formazione del governo, controllato politicamente dai consoli stessi e composto, a sua volta,  da rappresentanti dei due partiti: per il M5s Alfonso Bonafede, Vincenzo Spadafora, Rocco Casalino e Laura Castelli e per la Lega Claudio Borghi, Roberto Calderoli, Armando Siri, Gian Marco Centinaio, Nicola Molteni e Giancarlo Giorgetti (en passant: è sperabile che Calderoli, autore di una storica “porcata”, non contribuisca ora a farne qualche altra).

     In pratica il discorso di siffatto presidente, in occasione della presentazione del suo governo alle Camere col quale ne esporrà il programma, peraltro a lui da altri dettato,  equivarrà al Discorso della Regina del Regno Unito, da lei letto in occasione della cerimonia di apertura del Parlamento, ma scritto dal  primo ministro con l’aiuto del suo governo; nel nostro caso, il discorso sarà stato materialmente scritto forse da lui, in tutto o in parte,  ma sotto l’occhiuto controllo incrociato dei consoli, che sorveglieranno ogni virgola e ogni mossa del presidente del Consiglio. Questi, ad onta di quanto dispone l’art. 95 della Costituzione (“Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri.”), non dirigerà affatto la politica generale del Governo che sarà diretta dai consoli, i quali saranno loro a mantenere, sia pure scontrandosi continuamente e per quanto e se ci riusciranno, l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri. 

     A fare una faticosa incessante  staffetta tra i due veri capi del governo sarà il debole presidente che di fatto non presiederà un bel niente. In pratica un tale presidente sarà il pupazzo del ventriloquo anzi dei ventriloqui, Di Maio-Salvini che se lo passeranno l’un l’altro e  saranno, a loro volta, i pupazzi dei sovraordinati ventriloqui Casaleggio – manovratore della piattaforma Rousseau - e Beppe Grillo. Ma c’è una differenza non da poco  tra Di Maio e Salvini, essendo il primo un pupazzo già bello e formato mentre il secondo, ciarliero di suo e autoritario, non si adatterà a fingere di parlare ed agire, da pupazzo, mentre a parlare e ad agire  sarà l’uno o l’altro dei sovraordinati ventriloqui.

     Si potrebbe dire che a governare sarà una Trinità, ma scalcagnata, pallida imitazione di quella vera, seria, Santissima, e soprattutto capovolta rispetto a quest’ultima, nella quale il Figlio discende dal Padre e lo  Spirito Santo è espressione divina, mentre in quella governativa futura prossima sarà il presidente del Consiglio (Padre) a discendere da Salvini (Figlio) e Di Maio incarnerà lo Spirito informatico illuminato dall’algoritmo, elevato al rango di onnipotente ed adorata  divinità.

                           pietroAntioco

                  (Pietro Muggianu Sotgiu)