LADY DI FERRO & LADY DI RUGGINE



LADY DI FERRO & LADY DI RUGGINE

        

            Susanna Camusso, parlando del Jobs Act durante l’inaugurazione della nuova sede regionale della CGIL a Milano, nel settembre di quest’anno,  e poi ancora nel mese di ottobre,  ad una riunione dei massimi esponenti della Confederazione dei sindacati europei (CES) convenuti a Roma, ha accusato Matteo Renzi di avere come modello Margaret Thatcher, la Lady di ferro,  nel perseguimento di “politiche liberiste estreme” e “nell’idea che è la riduzione dei diritti dei lavoratori lo strumento che permette di competere”.

             Renzi ha reagito con un’understatement che non era certo nello stile della Thatcher , la quale nel giugno 1984, al congresso per il bilancio finanziario europeo, a Fontainebleau disse brutalmente “I want my money back!” (rivoglio indietro i miei soldi). Alla discutibile sortita della leader della CGIL Renzi ha risposto dicendo : “Sono i diritti di chi non ha diritti quello che ci interessa: li difenderemo in modo concreto e serio.". (…) "Non siamo impegnati in uno scontro del passato, ideologico" (…) "non vogliamo il mercato del lavoro di Margaret Thatcher ma un mercato del lavoro giusto, con cittadini tutti uguali.” (…) "A quei sindacati che vogliono contestarci chiedo: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l'ha e chi no, tra chi ce l'ha a tempo indeterminato e chi precario?"  (…)  "Si è pensato a difendere solo le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente".

            L’avventatezza  dell’accostamento tra i due personaggi in cui la Camusso si è avventurata appare clamorosa ed esiziale per il nostro premier, ove si consideri che la Thatcher fece emanare una legge che rendeva lo sciopero illegale, quando non fosse stato approvato a voto segreto dalla maggioranza dei lavoratori, e introduceva la responsabilità civile dei capi sindacali per i danni determinati da agitazioni non conformi alle regole. Quando la Thatcher annunciò la chiusura della miniera di carbone di Cortonwood, nello Yorkshire, il primo dei venti siti estrattivi il cui programmato  smantellamento avrebbe comportato la perdita di 20.000 posti di lavoro, l’Unione Nazionale dei Minatori (NUM), capeggiata dal vetero marxista Arthur  Scargill, condusse un’azione di lotta sindacale tra il marzo 1984 e il marzo 1985, lotta che si concluse con la vittoria della Lady di ferro. La lotta, che coinvolse 165  minatori,  ebbe risonanza mondiale e internazionale fu la solidarietà espressa nei suoi confronti. Essa fu duramente repressa dalla Thatcher: si ebbero tra i lavoratori due morti, 710 licenziamenti e 10.000 procedimenti giudiziari. Nella tristemente famosa battaglia di Orgreave  tra poliziotti a cavallo  e minatori, furono arrestati 93 manifestanti e si registrarono 123 feriti tra i poliziotti (72) e i manifestanti (51).   

            La  Lady di ferro è passata alla storia anche con l’appellativo  di  "Thatcher, the milk snatcher" (Thatcher, la ruba latte), perché quando era  ministro dell’istruzione nel governo del conservatore Edward Heath (1970), nell’ambito di una politica di tagli, abolì il latte gratuito nelle scuole per i bambini compresi tra i 7 e gli 11 anni.

            Il declino politico della Lady di ferro iniziò nel 1990 quando impose la Poll Tax, che riproponeva una storica imposta, il testatico, risalente al 1381,  che gravava su ogni individuo, a prescindere dal suo reddito e dal suo patrimonio.

            Dunque l’accostamento di Renzi alla Thatcher è fallace, oltre che poco responsabile. La Thatcher è una storica esponente del Partito conservatore  di centro-destra ( detto anche Tory Party nato nel 1834 come erede dello storico  Partito Tory nato nel 1678)  e non è  lecito che  le si assimili Matteo Renzi, nel cui background di cattolico impegnato in politica sul versante del solidarismo  e del cristianesimo sociale ci sono personaggi  come Giorgio La Pira (cofondatore del movimento “Civitas humana” con Dossetti, Fanfani e Lazzati, i cosiddetti professorini),  Mino Martinazzoli, Beniamino Andreatta e Romano Prodi, per non parlare di Alcide De Gasperi, grande figura di cattolico liberale,  che tutti li sovrasta, i quali, come sappiamo, sono distanti anni luce dai tories e soprattutto dalla Thatcher e dal thatcherismo.

            Per marcare l’abissale distanza tra Renzi e la Lady di ferro, nemica giurata del sindacato e del diritto di sciopero, basta notare che  il finanziere Davide Serra, il quale , alla Leopolda, ha parlato di limitazione del diritto di sciopero, è stato isolato e immediatamente contraddetto da una delle conduttrici, la deputata Silvia Fregolent (“Lo sciopero è un diritto sancito dalla Costituzione”) e dal sottosegretario Graziano Delrio (“Non sono d’accordo con Serra, il problema dell’Italia non è limitare il diritto di sciopero, ma creare lavoro”). In effetti la giurisprudenza della Corte costituzionale con la storica sentenza 27 dicembre 1974 n. 290 affermò la legittimità costituzionale dello sciopero politico, come quello in questione, quando “non sia diretto a sovvertire l'ordinamento costituzionale ovvero ad impedire o ostacolare il libero esercizio dei poteri legittimi nei quali si esprime la sovranità popolare.”. Ciò non significa che lo sciopero generale  proclamato per il 12 dicembre, pur costituzionalmente legittimo,  non debba ritenersi tuttavia politicamente scorretto, in quanto costituisce una grave turbativa del rapporto tra il parlamento e il governo da una parte e il corpo elettorale dall’altro; esso infatti tende ad incidere negativamente sul consenso di cui, in un momento di crisi drammatica, hanno  necessità le istituzioni repubblicane e sulla coesione del popolo italiano, altrettanto necessaria, nell’esercizio del  diritto, sancito dall’art. 49 della Carta costituzionale, di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. È grave che alcuni  sindacati (la CGIL è riuscita a coinvolgere nella sua iniziativa all’ultim’ora la UIL, ma non anche la CISL) irrompano con lo sciopero generale e l’agitazione di piazza nella dialettica della vita democratica, in un momento di crisi denso di incognite e di pericoli.

            Nella dura vicenda  dell’AST di Terni il governo sta svolgendo il doveroso ruolo di mediazione che gli compete, nell’ambito di una politica che rispetta pienamente le organizzazioni sindacali nell’ambito loro proprio definito nel Titolo III – Parte I della Costituzione, dedicato ai rapporti economici e in particolare nell’art. 39, notoriamente rimasto inattuato per le resistenze dei sindacati, i quali sono, allo stato,  delle associazioni private che rappresentano i loro  iscritti, la negoziazione dei cui  diritti e interessi professionali è loro demandata.

            Mentre la Thatcher promosse una politica antisindacale e conculcatrice dei diritti dei lavoratori e in particolare di quello di sciopero, il governo Renzi, con indiscutibile correttezza istituzionale e nel rispetto della Carta costituzionale,  ritiene incongrua la politica di concertazione, che in passato conferì ai sindacati un ruolo politico improprio e ridondante, atteso che alla determinazione della politica nazionale hanno diritto di concorrere con metodo democratico non già i sindacati ma  tutti i cittadini  associati nei partiti (art. 49 della Costituzione  ricompreso nel Titolo IV della  Parte I della Costituzione dedicato ai rapporti politici ). Fu Giuseppe Di Vittorio, nel 1956, dopo i tragici fatti di Ungheria, a condannare, dissentendo dal gruppo dirigente del PCI e da Togliatti, l’invasione sovietica e ad affermare che la CGIL non poteva essere la “cinghia di trasmissione” del partito (dopo i fatti di Ungheria fu firmato il “Manifesto dei 101” da un nutrito stuolo di intellettuali dissenzienti dalla linea del PCI e lasciarono quel partito, tra gi altri,  Elio Vittorini, Italo Calvino e Antonio Giolitti). La Camusso ribalta assurdamente la posizione di quel suo  grande predecessore , pretendendo che siano invece il PD e addirittura il governo a fungere da  “cinghie di trasmissione” del sindacato da lei diretto.

            Susanna Camusso come leader della CGIL pretende di scontrarsi con il premier e con il governo su un terreno che non gli è proprio, arrogandosi il potere di concorrere alla determinazione della politica nazionale, con l’uso  strumentale e agitatorio  dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, il quale rappresenta un  aspetto particolare che viene dallo stesso sindacato avulso dal contesto generale della riforma del diritto di lavoro  e della politica economica nonché da una visione d’insieme della complessa situazione politica, sociale ed economica, demandate al governo e al parlamento  che istituzionalmente devono perseguire con equilibrio gli interessi  della collettività e non già quelli  di categorie di cittadini  o, peggio, di corporazioni. L’assurdità di tale pretesa è aggravata dalla richiesta, anch’essa isolata ed avulsa da una coerente ed organica visione alternativa  delle questioni economiche e fiscali,  che si faccia ricorso ad un’imposta patrimoniale.

            La CGIL e la sua leader, agitando il totem dell’art. 18,  ripetono oggi l’errore storico commesso  negli anni ‘70 a proposito della definizione ideologica del salario come “variabile indipendente “, altro totem della sinistra massimalista.

            Cgil, Cisl e Uil (12-13 febbraio 1978), per iniziativa soprattutto di Luciano Lama, sancirono al Palazzo dei Congressi dell'Eur a Roma, a conclusione della conferenza nazionale dei consigli generali e dei quadri delle tre confederazioni un cambiamento di linea, noto come la “svolta dell'EUR, proponendo un contenimento salariale in cambio di una politica economica che sostenesse lo sviluppo e difendesse l'occupazione. In una intervista a Eugenio Scalfari pubblicata il 24 gennaio 1979 su la Repubblica (la traiamo dal sito www.pietroichino.it) Luciano Lama definì quella dell’EUR una svolta di fondo, soggiungendo :” Dal ’69 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza lavoro…”. Alla domanda di Scalfari: “Vi siete resi conto che era un errore?” Lama rispose:Ci siamo resi conto che un sistema economico non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente. I lavoratori e il loro sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto in questi anni che il salario è una variabile indipendente. In parole semplici: si stabiliva un certo livello salariale e un certo livello dell’occupazione e poi si chiedeva che le altre grandezze economiche fossero fissate in modo da rendere possibile quei livelli di salario e d’occupazione. Ebbene, dobbiamo essere intellettualmente onesti: è stata una sciocchezza, perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra”. Alla domanda: "Lei parla di sacrifici. Vuole spiegare in che cosa consistono?" il leader sindacale rispose: "Anzitutto voglio fare una premessa: quando il sindacato mette al primo punto del suo programma la disoccupazione, vuol dire che si è reso conto che il problema di avere un milione e seicentomila disoccupati è ormai angoscioso, tragico, e che ad esse vanno sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello - peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale - di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l'obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea".  E richiesto di precisare in che cosa ciò significasse  in concreto, dichiarò : “La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell'arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l'intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. Nel nostro documento si stabilisce che la Cassa assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi che debbono essere decisi di volta in volta dalle commissioni regionali di collocamento (delle quali fanno parte, oltre al sindacato, anche i datori di lavoro, le regioni, i comuni capoluogo). Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza".

Alla domanda di Scalfari: “Parliamo ancora della mobilità. Molti affermano che questa parola serve a nascondere una realtà assai minacciosa: cioè i licenziamenti. Lei ritiene che siano molte le aziende che hanno manodopera in numero superiore alle necessità?" Lama rispose: "C'è un certo numero di aziende che ha un carico di dipendenti eccessivo. Non si tratta di cifre terribili, ma neppure esigue. Siamo nell'ordine di parecchie decine di migliaia di lavoratori. Ciò crea problemi umani e sociali molto gravi, anche perché in Italia lo sviluppo economico è bloccato e i lavoratori che perdono il posto hanno il fondato timore di non trovarne mai più un altro. E poi si tratta quasi sempre do grandi aziende, i cui stabilimenti sono situati in centri urbani importanti: ciò accresce il disagio sociale e politico di queste operazioni. Noi siamo tuttavia convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida. L'economia italiana sta piegandosi sulle ginocchia anche a causa di questa politica. Perciò, sebbene nessuno quanto noi si renda conto della difficoltà del problema, riteniamo che le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare".

            La leader della CGIL ha fatto ricorso, evocando a sproposito la Thatcher, ad una propagandistica manovra diversiva ,  per evitare di fare i conti con la storia della sua organizzazione ed in particolare con la figura del suo grande predecessore Luciano Lama, cui avrebbe forse potuto ispirarsi nell’attuale contingenza storica.  Si tratta di una manovra volta a distogliere provocatoriamente la sinistra da una riflessione seria sulle proprie radici culturali, tra le quali quelle fondamentali del riformismo turatiano e  del liberal-socialismo di Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Piero Gobetti, Carlo Rosselli e Norberto Bobbio, da cui trae di fatto  linfa vitale Matteo Renzi, uomo d’azione e come tale incline al sincretismo (egli si ispira anche  a Tony Blair e alla Terza Via) in contrasto con le rigidità ideologiche dei suoi avversari;   quelle stesse radici  rinviano anche  al riformismo e alla ”alleanza tra produttori” di Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano. Facendo ricorso ai concetti di Karl Popper, può dirsi che al pensiero critico di Renzi  si oppone il pensiero dogmatico dei suoi avversari. Renzi, comunque, non si impantana in disquisizioni ideologiche, care ad una sinistra parolaia e cerebrale, essendo il suo obiettivo quello di introdurre finalmente in Italia le riforme, il cui contenuto concreto è coerente col substrato culturale  della sinistra riformista e di governo, antitetica  alla sinistra protestataria che si crogiola nella perpetua opposizione minoritaria.

            Se volesse seriamente affrontare le problematiche  del lavoro dipendente, nell’attuale contingenza storica, e contribuire costruttivamente alla titanica azione riformatrice in atto, la leader della CGIL potrebbe avvalersi delle ricerche dell’IRES (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali)  collegato alla stessa CGIL e fondato da Bruno Trentin, Giuliano Amato e Vittorio Foa nel 1979, che le consentirebbero un approccio congruo e non demagogico alla realtà.

            Susanna Camusso, piuttosto che svolgere una meditata ed efficace attività sindacale di alto profilo culturale e dare un contributo fattivo all’azione riformatrice, per la parte che compete al sindacato, preferisce invece fare politica, alla ricerca del potere perduto,  con continue,  sterili e dannose incursioni nel  terreno che non le è proprio della quotidiana e spicciola polemica politica, supportata dalla minoranza del PD, anch’essa alla ricerca del potere perduto; da Bari, il 18 novembre,  ha sparato un’altra bordata contro il premier dichiarando: “Il decreto “SbloccaItalia” è pieno di deroghe e favorisce il consumo del territorio. La priorità  è invece mettere in sicurezza il Paese. Mi sarei aspettata un premier che al ritorno dall’Australia avesse convocato tutti i presidenti delle regioni per mettere in sesto l’Italia. Non è stato così. Dobbiamo decidere dove portiamo questo Paese e affrontare le questioni con responsabilità, senza consumo del territorio e con grande rispetto dei lavoratori” (da ultimo ed ultimi i lavoratori!).

            Invece nella surreale concezione della Camusso,  il governo ed il premier devono diventare la “cinghia di trasmissione” della CGIL. Del resto con la partecipazione alla manifestazione di  piazza organizzata dalla  CGIL e dalla FIOM il 25 ottobre, i vari  Cuperlo, Fassina, Civati,  D’Attorre si sono piegati alla patetica funzione, per così dire, di partitica “cinghietta di trasmissione” del sindacato.

            La minoranza del PD e la CGIL si oppongono al riformismo renziano, che scompagina gli assetti tradizionali del potere nella sinistra,  sulla cui rendita contavano di continuare a campare, ai danni del Paese,  e,  con spirito di rivalsa e metodi antidemocratici (la piazza e la demagogia fondata sulla propaganda senza costrutto e la disinformatia di infausta memoria), mirano al  ribaltamento della situazione, a prevalere sulla maggioranza democraticamente formatasi nel partito e nell’elettorato,  a erodere il consenso popolare alla politica del premier e della maggioranza che lo sostiene. Gli esponenti di detta minoranza sono nani che si sono arrampicati sulle spalle di un supposto gigante, che però è un colosso d’argilla, per conseguire una vittoria ed un’egemonia non attinte nella fisiologica dialettica democratica.

            Susanna Camusso e la minoranza del PD,  utilizzando le forze residue del sindacato, peraltro in declino, in cui si annidano ancora il centralismo burocratico e l’antidemocratico metodo della cooptazione, che Renzi non può rottamare e che   sopravvivono al dissolvimento del PCI, tentano di sconfiggere il premier riformista,   facendo ricorso a tutto l’armamentario tradizionale del massimalismo agitatorio, tra cui quello che - nella situazione data -  risulta essere un ferrovecchio sproporzionato  cioè  lo sciopero generale politico, di matrice sindacal- rivoluzionaria, ideologicamente concepito da Geoges Sorel nei seguenti termini “(…) il mito nel quale si racchiude tutto intero il socialismo, ossia un'organizzazione d'immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti corrispondenti alle diverse manifestazioni della guerra ingaggiata dal socialismo contro la società moderna. Gli scioperi hanno prodotto nel proletariato i sentimenti più nobili, più profondi e più dinamici che egli possieda; lo sciopero generale li unisce in un quadro d'insieme, e, attraverso il loro accostamento, dà a ciascuno il massimo d'intensità; facendo appello ai più ribollenti ricordi delle lotte particolari, esso colora di un'intensa vita ogni dettaglio della composizione presente alla coscienza. Otteniamo così quella intuizione del socialismo che il solo linguaggio non poteva offrire in maniera particolarmente chiara - e l'otteniamo in un insieme istantaneamente chiarificato” ( G. Sorel, Réflexions sur la violence, 1906, Rivière, Parigi 1946 p.182 (trad,it: Riflessioni sulla violenza, Laterza, Bari).

            Secondo Trotzkij: “Come tutti i marxisti sanno, lo sciopero generale non è possibile che dopo che la lotta di classe si sia elevata al di sopra di tutte le esigenze particolari, sviluppando attraverso tutti i compartimenti delle professioni e dei quartieri, cancellando le divisioni tra sindacati e i partiti, tra la legalità e l’illegalità, e mobilizzando la maggioranza del proletariato in opposizione attiva alla borghesia e allo Stato. Al di sopra dello sciopero generale, non può esserci che l’insurrezione armata”.

            Marx ed Engels ritenevano lo sciopero generale un’ingenuità e uno strumento illusorio, in polemica con Bakunin che lo teorizzava.

            Per quanto storicamente lo sciopero generale abbia dei precedenti di grande dignità, come quello proclamato nel 1904 dopo l’eccidio di Buggerru o quello del 1960 contro il governo Tambroni, il preanunciato sciopero generale del 12 dicembre è sproporzionato ed equivale ad una sorta di jacquerie anti-renziana, un colpo di coda della sinistra massimalista sul viale del tramonto. A capo di questo sommovimento Susanna Camusso si erge, emula della Lady di ferro, la quale però era davvero di ferro temprato mentre la leader della CGIL  può definirsi una Lady di ruggine, che, corrodendolo,  ha sostituito il ferro che fu.

 

Cagliari 21 novembre 2014                                                                         pms