L'ASSEMBLEA SINDACALE COME SCIOPERO CAMUFFATO (E ILLEGALMENTE RETRIBUITO)



In Italia si è affermata,  nei decenni trascorsi, una  subcultura politica, purtroppo egemone,  che potremmo definire di qualunquismo di sinistra, i cui valori preminenti e prevalenti su tutti gli altri vengono fatti coincidere con gli interessi dei lavoratori subordinati e dei sindacalisti. Ciò a detrimento di quello che si è definito "patriottismo costituzionale repubblicano", dei valori condivisi, dell'interesse generale, del senso del dovere, e in odio agli altri ceti sociali.  Tale subcultura si fonda su un’ambigua e accomodante interpretazione dell’art. 1 della Costituzione, che statuisce essere l’Italia una repubblica fondata sul lavoro, come volle Amintore Fanfani (non già sui  lavoratori, come invano aveva proposto Palmiro Togliatti e si è,  tuttavia,  continuato a reputare opportunisticamente  nel profondo background della sinistra pura e dura).  Si tratta di una subcultura che ha contaminato e condizionato tutta la nostra cultura politica,  con la sua carica di supponenza, di esasperata conflittualità e di prevaricazione;  ne fu espressione la sciagurata tesi del salario come “variabile indipendente” all’origine della permanente conflittualità sindacale degli anni ’70, relegata in cantina da Luciano Lama con la svolta dell’EUR del 1977-78; ne fu espressione, ed ancora residua in non pochi epigoni,   anche la “boria di partito”  repulsa da Gramsci, laddove con efficacia profetica, ancora oggi attuale,  scrisse : “Occorre disprezzare la boria di partito e alla boria sostituire i fatti concreti” ( Q 13, p. 1601).

             Succede purtroppo frequentemente, per partire dagli aspetti più spiccioli e minimali,  non per questo meno significativi, che il personale di un sito culturale disturbi i visitatori e violi la dignità del luogo  con le sue chiacchiere ad alta  voce sui propri problemi di natura sindacal - corporativa. Il che svela un egotista disamore per il sito stesso  e una mancanza di rispetto per la nostra cultura e per i visitatori;  rivela anche mancanza di senso di responsabilità e indisciplina.

             Passando  agli aspetti più importanti, manifestazione clamorosa e grave di tale subcultura è  stata la vicenda della chiusura per ben tre ore del Colosseo e dei Fori per una cosiddetta "assemblea sindacale", il 18 settembre. Espressione della stessa subcultura è stata anche  la risposta di Susanna Camusso alla sacrosanta indignazione di Matteo Renzi ("Non lasceremo la cultura ostaggio di quei sindacalisti contro l'Italia") e di Dario Franceschini ("Assemblea al Colosseo e turisti fuori in fila. La misura è colma"); la leader della CGIL, dimostrandosi insensibile al negativo rilievo politico e sociale dell'incivile episodio e alla risonanza anche internazionale del danno all'immagine dell'Italia, ha reso delle polverose dichiarazioni in stretto sindacalese ("È  uno strano Paese quello in cui un'assemblea sindacale non si può fare. Capisco fare attenzione in periodi di particolare presenza turistica, ma se ogni volta che si fa un'assemblea si dice che non si può, si dica chiaramente che non ci possono essere strumenti di democrazia. Ormai fare una assemblea sindacale è diventato impossibile") ; di ben diverso conio le dichiarazioni della leader della CISL, Annamaria Furlan (si conferma la necessità di avviare "un serio confronto per trovare una soluzione equilibrata" che salvaguardi i diritti dei lavoratori e quelli degli utenti (...). Lo abbiamo detto e lo ripetiamo  è sbagliato prendere in ostaggio i turisti come è accaduto oggi a Roma a causa di una assemblea sindacale, tra l'altro regolarmente autorizzata"), e del leader della UIL, Carmelo Barbagallo  ("L'assemblea è un diritto sancito dallo Statuto dei lavoratori, ma dobbiamo stare attenti a non trasformare le ragioni che abbiamo in un problema per i cittadini e i turisti"). Poi però è prevalso il richiamo della foresta e tutti i maggiori sindacati si sono schierati compatti contro le sacrosante iniziative del governo volte ad affrontare e risolvere il problema.

            La vicenda appare  ancora più grave di quanto finora si è detto, se se ne approfondiscono tutti gli aspetti.  Dal  comunicato delle  r.s.u. in data 16 settembre  si  desume che l'assemblea generale  di tutto il personale della Soprintendenza  Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l'Area Archeologica centrale  fu indetta dalle ore 8,30 alle ore 11 del 18 settembre nella sala conferenze di Palazzo Massimo; nel comunicato si preannunciava che sarebbero potuti rimanere  chiusi al pubblico per assemblea ben undici siti, che si elencavano: Anfiteatro Flavio, Foro Romano - Palatino, Terme di Caracalla, Tomba di Cecilia Metella, Tombe Latine, Palazzo Massimo, Terme di Diocleziano, Palazzo Altemps, Crypta Balbi, Scavi di Ostia antica, Museo Ostiense.  Di ciò l'Amministrazione era stata ufficialmente informata in data 11 settembre. Tenuto conto che i partecipanti all'assemblea avrebbero dovuto raggiungere da Palazzo Massimo le rispettive sedi di servizio, alla fine dell'assemblea, era prevedibile, come poi à avvenuto, che la chiusura dei siti si sarebbe protratta fino alle 11,30 e che essa quindi sarebbe durata ben tre ore. Ciò in una fascia oraria di vitale importanza per l'accesso e la  fruizione  del pubblico dei visitatori.

            Di fatto si è trattato di uno sciopero di tre ore, con una prima grave illegittimità costituita dalla violazione della norma che dispone la decurtazione della retribuzione per le ore di astensione dal lavoro, posto che sia l'art. 20 dello Statuto dei lavoratori  che l'art. 2 del vigente  contratto collettivo quadro 7 agosto 1998 per i pubblici dipendenti prevedono, al contrario,  che l'esercizio del diritto di partecipazione  alle  assemblee sindacali durante l'orario di lavoro non comporti invece tale decurtazione, ragion per cui la retribuzione viene corrisposta anche per il tempo assorbito dall’assemblea.  Agli altri irreparabili danni si è aggiunto anche quello erariale, visto che il personale che ha partecipato all'assemblea in questione  percepirà la retribuzione per le diverse ore in cui non ha prestato servizio.

            La vicenda è anomala sotto il profilo temporale e spaziale.  Quanto al primo profilo, appaiono oltre misura eccessive due ore e mezza (in concreto tre) di durata per un’assemblea convocata su delle questioni del tutto piane, non controverse né controvertibili,  esposte e denunciate più che sufficientemente nella sua elementarità, nel comunicato anzidetto. Non si capisce che cosa vi fosse da sviscerare ulteriormente e si dovrebbe accertare il contenuto del dibattito, se dibattito vi è stato,  quanti e quali siano stati i partecipanti e quanti e quali si siano avvicendati alla tribuna.

            Si deve altresì accertare se siano state rispettate le norme di cui ai commi terzo e quarto dell’art. 2 del contratto collettivo nazionale quadro 7 agosto 1998,  per i pubblici dipendenti, sulle modalità di utilizzo dei distacchi, aspettative e permessi, nonché delle altre prerogative sindacali, articolo che disciplina il diritto di assemblea;  il comma terzo prevede quanto segue: “La convocazione, la sede, l’orario, l’ordine dei giorno e l’eventuale partecipazione di dirigenti sindacali esterni sono comunicate all’ufficio gestione del personale con preavviso scritto almeno tre giorni prima. Eventuali condizioni eccezionali e motivate che comportassero l’esigenza per l’amministrazione di uno spostamento della data dell’assemblea devono essere da questa comunicate per iscritto entro 48 ore prima alle rappresentanze sindacali promotrici.”;  il comma  quarto recita: “La rilevazione dei partecipanti e delle ore di partecipazione di ciascuno all’assemblea è effettuata dai responsabili delle singole unità operative e comunicata all’ufficio per la gestione del personale.”.

            È sicuramente da ritenersi non appropriata, quanto al secondo dei suddetti profili, la scelta logistica della sala conferenze del Palazzo Massimo quale sede dell’assemblea, apparendo essa sproporzionata rispetto alla natura e all’entità delle questioni da trattare. Le incongruità temporale e spaziale emergono anche dal contrasto tra la concreta assemblea in questione e la giuridica configurazione astratta di tale istituto delineata dagli artt.  20  St. Lav. e 2 del citato CCNQ, il primo dei quali reca nella rubrica la dicitura “Assemblea” e stabilisce: “I lavoratori hanno diritto di riunirsi, nella unità produttiva in cui prestano la loro opera, fuori dell'orario di lavoro, nonché durante l'orario di lavoro, nei limiti di dieci ore annue, per le quali verrà corrisposta la normale retribuzione. Migliori condizioni possono essere stabilite dalla contrattazione collettiva.” L’interpretazione di tale norma postula che: 1) il datore di lavoro deve consentire in ciascuna  unità produttiva l’uso di idoneo locale, in cui i lavoratori che prestano la loro opera nella stessa unità possano riunirsi in assemblea;  2) le  riunioni, che si svolgano all’interno dell’unità produttiva, fuori dell’orario di lavoro, non hanno limitazioni temporali; 3) le riunioni che si svolgano all’interno dell’unità produttiva, durante l’orario di lavoro, sono limitate a dieci ore annue  (pari a cinquanta minuti mensili)  per le quali verrà corrisposta la normale retribuzione. La ratio di  quest’ultima disposizione è nel senso che si tratti di riunioni agili e brevi, di  rendez vous  urgenti e necessari, che si svolgano hic et nunc che si esauriscano in un brevissimo lasso di tempo, limitando al massimo il disturbo allo svolgimento dell’attività produttiva. Tale ratio è confermata dalle disposizioni di cui ai succitati commi  terzo e quarto dell’art. 2 del  contratto collettivo nazionale quadro per i pubblici dipendenti,  nonché  dai commi quinto e sesto dello stesso articolo, dei quali dispongono rispettivamente il primo : “Nei casi in cui l’attività lavorativa sia articolata in turni, l’assemblea è svolta di norma all’inizio o alla fine di ciascun turno di lavoro. Analoga disciplina si applica per gli uffici con servizi continuativi aperti al pubblico” ed il secondo: “Durante lo svolgimento delle assemblee deve essere garantita la continuità delle prestazioni indispensabili nelle unità operative interessate secondo quanto previsto dai singoli accordi di comparto.”. L’interpretazione ed esecuzione secondo buona fede di tali norme contrattuali postulano che condizioni necessarie per lo svolgimento delle assemblee durante l’orario di lavoro siano: 1)  la disponibilità di un idoneo locale  in ciascuna unità produttiva, di modo che il personale non se ne allontani; 2) la necessità ed indifferibilità  della loro convocazione; 3) la concisione dell’ordine del giorno; 4) la brevità della durata dell’assemblea  e della connessa sospensione dell’attività produttiva.  Sembra che, nella vicenda in questione, in ciascuna unità produttiva, cioè in ciascuno degli undici  siti  interessati,  mancasse la disponibilità di un idoneo locale i cui potesse svolgersi l’assemblea del personale addetto al sito stesso, senza che il medesimo personale se ne allontanasse (tant’è che il personale di tutti gli undici siti è stato convocato presso la sala conferenze del Palazzo Massimo), non fosse necessaria ed indifferibile la convocazione dell’assemblea, per l’inutilità di approfondire e discutere una situazione pacifica, non controversa e non controvertibile, già esposta nel comunicato succitato e ben nota a tutto il personale, difettasse un conciso ordine del giorno (v. comma terzo del succitato art. 2 del contratto collettivo nazionale quadro),  le due ore e mezza programmate  per lo svolgimento dell’assemblea comportassero una durata  lunga della stessa assemblea e della sospensione dell’attività produttiva, con la chiusura prevista e preannunciata dei siti.

            Dunque quell’assemblea si sarebbe dovuta riunire fuori e non già durante l’orario di lavoro; essa si è risolta in un illegale sciopero dannoso per la collettività nazionale e per l’erario, in quanto retribuito

            Il MIBACT e il governo devono intervenire nell’immediato col massimo rigore,  affinché,  se c’è, la democrazia governante batta un colpo.