MARCELLA



Eri tu bella e pallida, Marcella,

vent’anni avevi o  forse poco più,

io, in quel quarantasei, ne avevo sette;

nell’androne d’ingresso lavoravi

del palazzo in via Manno in cui abitavo,

del gran portone subito a ridosso,

e ti occupavi di fotografie,

scattate da un fotografo di strada.

Da dopoguerra un umile lavoro:

un tavolinetto ed una seggiolina,

delle scheducce ed uno schedarietto;

per far selezionare  i negativi

uno scassato, piccolo visore.

Su quel tavolinetto striminzito

tutta quell’azienduccia concentrata

e tutto il personale era Marcella.

Eri bella,  eri pallida e dolcissima.

Col cappottuccio indosso lavoravi;

dal freddo di casa mia scendevo al freddo,

per tenerti nel freddo compagnia;

qualche cliente, dimesso, smunto entrava,

la sua foto guardava in negativo

o ritirava quella già stampata:

tanta tristezza, di stenti atmosfera.

Molte macerie c’erano in via Manno,

da alti muri di tufo contenute,

ed in quelle macerie tanti i ratti,

un tanfo di miseria dappertutto.

In quell’androne faceva un freddo cane,

ma io mi riscaldavo al tuo sorriso,

nel pallido tuo volto delicato,

“all’Alida Valli”  i  tuoi capelli neri.

Una mano ti davo a riordinare

quelle povere cose a cui badavi

e a bassa voce a lungo mi parlavi

dell’umile e difficile tua vita;

io non tutto capivo ma ascoltavo:

carezzevole e dolce la tua voce.

Materna eri, ma casa in te non c’era:

sapeva mamma di bucato e cibi

ed ero accolto nel suo grande letto;

tu di calendarietti  profumavi,

quelli che regalavano i  barbieri.

Di te m’innamorai confusamente.

Tu, forse, mio precoce amore e primo.


                 pietroAntioco